Ridurre il proprio ego o far morire il mondo?

Uno psicologo e antropologo descrisse, in un suo libro edito nel 1885, il condizionamento e il funzionamento delle folle. Un bravo regista, nel secolo scorso, mostrò, in un suo film, una scena di condizionamento della massa quando fu chiamata a scegliere per la libertà di Gesù o di Barabba. Gli stessi beneficiati da Gesù e quelli danneggiati da Barabba votarono per la liberazione di Barabba.

Parto da queste considerazioni note a tutti per cercare di introdurre un ragionamento laddove questi fenomeni di condizionamento sociale, ritenuti alla base delle disgrazie odierne, non arrivano a spiegare esaurientemente quello che sta accadendo oggi.

Bisogna porci la domanda più importante, quella che sta alla base di tutto e che non sento mai menzionare nei dibattiti perché scomoda e contraria al mantenimento dello status quo. E’ scomoda per coloro che hanno il potere ma anche per moltissimi di coloro che lo combattono. La domanda è: siamo alla fine di una civiltà?

Nelle epoche storiche in cui ci si trovava alla fine di una civiltà sembra non ci fosse consapevolezza di questo fatto da parte di coloro che le vivevano. Sono i libri di storia che ne narrano, a posteriori.

Alla luce delle conoscenze storiche e di una analisi di quello che sta accadendo in questi ultimi 40 anni possiamo dire che ci stiamo avviando verso la fine della nostra civiltà?

Lascio a voi le valutazioni. Se la risposta che viene data dovesse essere affermativa ne consegue che tutti gli sforzi riformisti non hanno alcun senso.

Anzi, ogni sforzo riformista toglie energie a coloro i quali vorrebbero iniziare a immaginare, pensare, sognare, desiderare, ideare una nuova civiltà.

Tra i riformisti non ci metto solo gli accademici e politici, che ora protestano e si oppongono con lo scopo di voler modificare lo stato delle cose. Includo pure tutti quegli attivisti che vogliono costruire un nuovo partito. Quelle associazioni che continuano a ricorrere alla magistratura, ai tribunali per reclamare i propri diritti calpestati. I gruppi che protestano in piazza.

Sono tutti riformisti. Ed ogni riformista ha il suo ruolo assegnato per continuare a salvaguardare il modello di mondo che abbiamo conosciuto.

Si assiste, nel mondo occidentale, a diffusi movimenti per la creazione di nuovi partiti perché questo sistema ha calpestato e violato la persona umana e i suoi diritti costituzionali.

Non si coglie la contraddizione: vecchi strumenti come i partiti e i sindacati (che hanno avuto una enorme funzione, in tempi passati, per il raggiungimento e la stabilizzazione della democrazia) sono quelli che oggi ci hanno condotto alla situazione attuale.

Come poter pensare di utilizzare gli stessi strumenti per cambiare le cose? Oltre ad essere, logicamente, una contraddizione, si può anche misurare, sul piano pratico, con gli accadimenti di un recente passato: partiti che hanno raccolto il dissenso popolare e poi hanno raggiunto la stanza dei bottoni hanno tradito il mandato degli elettori (Lega, Movimento 5 Stelle). Non solo hanno disatteso le promesse ma sono divenuti garanti dello stesso sistema che volevano combattere.

Un nuovo partito non farà alcuna differenza. Se sgradito alle élite si fermerà sotto la soglia di sbarramento, se gradito alle élite la passerà, perché al suo interno ci sono già gli elementi di garanzia per il sistema che non metterà in discussione. Il sistema economico-finanziario sorveglia da vicino queste dinamiche e, come sappiamo, in politica i voti contano ma i soldi decidono.

Per una civiltà che è giunta alla sua fase finale non va pensato un partito ma va ripensato il mondo. Va pensato un nuovo mondo.

Ci vuole un pensiero innocente per poterlo fare. Ci vuole il pensiero di un bambino.

Troppi adulti hanno scordato come pensa un bambino. Come può essere rivoluzionario un bambino prima di essere educato dalle nostre strutture scolastiche e lobotomizzato da dispositivi elettronici che gli tolgono la vita col consenso dei genitori.

Se avessimo pensieri innocenti ci apparirebbe la realtà come essa è e saremmo obbligati a rispondere alla chiamata per la costruzione di una nuova comunità.

Ma al pensiero innocente si oppone un ego strutturato.

E’ più doloroso lasciare morire il mondo o incontrare sé stessi? Cioè, è più doloroso lasciare morire il mondo o ridurre il proprio ego?

E’ certamente più doloroso incontrare sé stessi.

Questa è la ragione per cui molti strillano che le cose vanno sempre peggio e pochi pensano a come uscirne.

Tanti strillano, pochi fanno.

Non perché non sappiamo fare ma perché facciamo confusione. Facciamo confusione perché non ci siamo mai trovati a far fronte alla fine di una civiltà e siamo impreparati.

Ci vorrebbero veri pensieri di cambiamento ma solo l’idea di partorire questi pensieri fa scattare un rafforzamento dell’ego che si deve difendere e allora diventa preferibile indicare nel riformismo la strada da seguire.

Uscire dal sistema attuale per provare a concepire quello nuovo chiede energie che pochi hanno.

Chiudersi nel proprio mondo e coltivare il proprio orto dialogando con coloro che compiono la stessa scelta non significa uscire dal sistema ma soltanto isolarsi, smettere di infastidire chi conduce il gioco, e, alla fine, fare il gioco di chi ha interesse a proseguire nella fase di decadenza.

Senza una visione di quello che sta realmente accadendo, della posta in gioco e senza un incontro con noi stessi non avremo le capacità per poter pensare e condividere un progetto costruito su logiche nuove, che metta in discussione il nostro modello di sviluppo, la centralità del profitto, lo sfruttamento del pianeta e dell’essere umano.

Ma, soprattutto, non potremmo ideare nulla se non cominciamo ad avere consapevolezza che la nostra civiltà è in piena decadenza.


Mauro Rango

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